81020 San Nicola la
Strada (Caserta)
|
|
|
|
|
![]()
(di P. Gerardo Cioffari,
domenicano)
|
I MIRESI SALVATI DALLA DECAPITAZIONE (Praxis de stratelatis, I).
Al suo rientro a
Mira proveniente da Nicea il santo vescovo Nicola fu accolto con
entusiasmo dai suoi fedeli, né egli li deluse, prendendo parte,
nonostante la veneranda età, alle vicende comuni e quotidiane della
popolazione. Riprese così la sua attività pastorale con grande lena. Ai tempi dell'imperatore
Costantino scoppiarono delle sommosse in Frigia provocate dai Taifali e
fu riferito intorno ad esse al pio imperatore. Egli dunque inviò subito
tre generali, insieme con i soldati loro sottoposti. Essi si chiamavano
Nepoziano, Urso ed Erpilione. Costoro, dopo essere partiti dalla
felicissima Costantinopoli, arrivarono nella provincia della Licia, al
porto di Andriake, a tre miglia dalla città di Mira. Poiché era
scoppiata una tempesta, scesero dalle navi, dal momento che la
navigazione non era per loro favorevole. Protagonisti della vicenda
sono dunque i Taifali e i generali di Costantino, Nepoziano, Urso
ed Erpilione. I Taifali sono ben noti alla storia. Della loro baldanza
al tempo di Costantino abbiamo la testimonianza di Zosimo, che scrive:
"Quando i Taifali, popolo di origine scitica, lo attaccarono con
cinquecento cavalieri, non solo non oppose loro resistenza, ma dopo
avere perso la maggior parte dei suoi uomini e avere visto che i nemici
arrivavano a far bottino fino al suo accampamento preferì salvarsi con
la fuga". E' difficile dire se i suddetti generali andassero verso la
Scizia per la spedizione militare e l'agiografo li dirottasse in Frigia
per spiegare il loro rapporto con S. Nicola, oppure si recassero
effettivamente in Frigia contro truppe ausiliarie di Taifali. Secondo
l'agiografo comunque Nepoziano, Urso ed Erpilio fecero conoscenza con S.
Nicola nel porto di Andriake. Alcuni, giunti dalla città, si gettarono ai piedi di questo Santo e gli dissero: "Signore, se tu venissi in città, non ci sarebbero tre morti senza causa. Infatti il governatore, avendo subìto un insulto, ha ordinato di passare tre uomini a fil di spada. Tutta la città è rimasta profondamente addolorata, anche perché tu non eri presente". Quando sentì questi fatti, il santo vescovo si addolorò. E chiamati subito presso di sé i generali, si affrettò insieme a loro verso la città Quando Nicola giunse a Mira la città era ancora sotto l'impressione dei tumulti ed elettrizzata dalla notizia della condanna a morte di tre cittadini, che tutti sapevano vittime di intrighi. Perciò non fu facile per Nicola venire a sapere dove si trovassero i soldati e i condannati. Giunto nel luogo chiamato Leone, chiese ai presenti se coloro contro cui era stata pronunciata sentenza di morte fossero ancora in vita. Gli fu risposto che quelli erano ancora vivi e si trovavano nella piazza presso i cosiddetti dioscuri. Allora egli, dopo essersi recato alla chiesa dei santi Crescenzo e Dioscoride e dopo aver chiesto di nuovo, apprese che ora gli uomini stavano sul punto di uscire dalla porta (della città). Quando il santo giunse alla porta, quelli del quartiere gli dissero che i condannati erano andati a Berra. Questo infatti era il luogo dove si eseguivano le punizioni e le condanne a morte. Il fatto che l'agiografo si
soffermi qui su tanti dettagli e soprattutto su nomi ben precisi dà la
misura e la conferma della storicità dell'episodio (essendo tali dati
facilmente controllabili dagli uomini del suo tempo), come pure
dell'impegno che Nicola mette nel cercare di aiutare gli innocenti,
prima che sia troppo tardi. Il santo accorse subito e trovò là molta folla e la guardia che teneva la spada in mano per uccidere quegli uomini e aspettava il suo arrivo. Dunque, quando questo sant'uomo giunse, vide i tre uomini che stavano per essere giustiziati con la testa avvolta nei sudari, e stavano già in ginocchio e tendevano il collo in attesa del colpo. Il santo perciò subito accorse e, dopo aver strappato la spada alla guardia, la gettò lontano. Poi sciolse gli uomini dalle catene e li condusse in città, dicendo: "Io sono pronto a morire al posto di questi innocenti". Nessuno del plotone ebbe il coraggio di opporglisi o di contraddirlo, ben conoscendo la sua religiosità e il suo giudizio imparziale. E avvenne effettivamente secondo la Scrittura: "Un giusto ha fiducia in sé stesso, come un leone". Probabilmente Nicola fu annunciato da qualcuno che era giunto prima di lui, in quanto è detto che il carnefice "aspettava il suo arrivo". Giunto al pretorio, il
Santo ruppe le porte. Il governatore Eustazio, quando sentì dalla sua
sentinella l'arrivo del santo, venne subito a rendergli omaggio. Ma
quello lo allontanò da sé dicendogli ciò che si meritava, chiamandolo
cioè ladro, sacrilego e sanguisuga, iniquo e nemico di Dio. E aggiunse:
"Ed osi anche venire al mio cospetto, tu che non hai timor di Dio ed hai
avuto l'intenzione di uccidere crudelmente degli innocenti! Poiché hai
fatto tali e tante scelleratezze non avrò alcun riguardo per te. Agli
ingiusti Dio riserba vie tortuose. Il piissimo imperatore conosce le tue
colpe, sa come governi e come saccheggi questa provincia uccidendo
uomini contro legge e senza processo per avidità e funesto guadagno". Con questo brano termina la
prima parte del racconto, che più di ogni altro è rivelatore del
carattere di Nicola: energico, caparbio, coraggioso e, quando la
giustizia ha trionfato e il colpevole si pente, anche misericordioso.
Non è alieno anche da un certo senso dell'umorismo se, persino nel
momento di più aspro rimprovero fa il gioco di parole, sostituendo
Simonide ed Eudossio (i corruttori) con Crisaffio e Argiro (nomi propri,
derivati però da oro e argento).
|
Sito divulgativo e autogestito senza fine di lucro da Mimmo Russo