Parrocchia Santa Maria degli Angeli
81020 San Nicola la Strada (Caserta)

Chiesa Santa Maria degli Angeli -San Nicola la Strada -

Don Pasquale Lunato - Parroco Chiesa Santa Maria degli Angeli -

San Nicola di Bari  - Patrono di San Nicola la Strada -

Chiesa Santa MAria degli Angeli

Nicola, Santo Orientale
(di P. Gerardo Cioffari, domenicano)
 


I MIRESI SALVATI DALLA DECAPITAZIONE (Praxis de stratelatis, I).

Al suo rientro a Mira proveniente da Nicea il santo vescovo Nicola fu accolto con entusiasmo dai suoi fedeli, né egli li deluse, prendendo parte, nonostante la veneranda età, alle vicende comuni e quotidiane della popolazione. Riprese così la sua attività pastorale con grande lena.
Ovviamente, anche questo è un periodo oscuro, ma non è mancato chi, come lo scrittore barese Antonio Beatillo, non abbia tentato di riempire il vuoto con qualche episodio leggendario o addirittura inverosimile. Secondo questo scrittore, tanto erudito quanto poco critico, Nicola con altri vescovi si recò a Costantinopoli per la dedicazione della città (Historia di S. Nicolò, p. 305). Al ritorno a Mira lo immagina che scrive libri per diffondere l'ortodossia; libri che poi tale Melambro eretico avrebbe fatto bruciare (ivi, p. 311). Quindi Nicola decide di far visita al "capo della chiesa" e intraprendere un viaggio a Roma, durante il quale fa sosta a Bari e profetizza: "Hic requiescent ossa mea" (Qui riposeranno le mie ossa) (p. 314).
A parte queste ed altre leggende riportate dal Beatillo, della sua sollecitudine per la giustizia e la sua energia nel farla rispettare ci è pervenuto un episodio che potremmo definire l'azione caratteristica di Nicola: la praxis de stratelatis. Essa è la Praxis di gran lunga più celebre nei primi secoli di culto nicolaiano e decisamente quella che più d'ogni altra risponde alle esigenze della critica storica, ed ha determinato nel IX secolo l'eccezionale diffusione del culto. Una volta, per scuotere la solidità storico critica del testo, sugli Analecta Bollandiana apparve una recensione al volume di Laroche che ventilava la possibilità che Bios potesse essere sinonimo di Praxis, e che quindi non era dimostrata l'esistenza di una Vita anteriore al VI secolo. Non è il caso di confutare una tesi simile.
La sua storicità è garantita dunque dall'antichità del testo, che risale certamente a prima del VI secolo, probabilmente alla fine del IV. E' garantita inoltre dalla concretezza dei dati verificabili dalla documentazione esterna al racconto; dati concernenti popolazioni di barbari (Taifali), il consigliere di Costantino Ablavio, il generale Nepoziano, ben noti alla storia del tempo, oltre alle precisazioni topografiche sulla città di Mira. E soprattutto le varie situazioni che si presentano nel corso della narrazione si adattano bene al carattere dei personaggi come li conosciamo dalla storia.
Dire comunque che il racconto è storicamente indubitabile non significa accettare in blocco il testo. Non si deve dimenticare infatti che si tratta pur sempre di un documento agiografico. Ad esempio, non sembra accettabile la successione degli eventi, in quanto è abbastanza chiaro che l'anonimo scrittore ricuce due episodi diversi che solo in parte sono congiunti. Solo così si può spiegare una certa inconsistenza nell'architettura degli avvenimenti da parte dell'anonimo redattore di quella che Anrich chiama Recensione Prima:

Ai tempi dell'imperatore Costantino scoppiarono delle sommosse in Frigia provocate dai Taifali e fu riferito intorno ad esse al pio imperatore. Egli dunque inviò subito tre generali, insieme con i soldati loro sottoposti. Essi si chiamavano Nepoziano, Urso ed Erpilione. Costoro, dopo essere partiti dalla felicissima Costantinopoli, arrivarono nella provincia della Licia, al porto di Andriake, a tre miglia dalla città di Mira. Poiché era scoppiata una tempesta, scesero dalle navi, dal momento che la navigazione non era per loro favorevole.
Scesero dunque anche alcuni soldati che volevano comprare del cibo, divertirsi e fare baldoria. Essi si comportarono in maniera oltraggiosa, come spesso fanno i soldati, per la qual cosa ricevettero anche degli insulti. Così scoppiò una ribellione ed un tumulto in località Placoma, tale che anche a Mira si propagò la reazione contro i soldati, essendo questi indisciplinati e provocatori di disordini.

Protagonisti della vicenda sono dunque i Taifali e i generali di Costantino, Nepoziano, Urso ed Erpilione. I Taifali sono ben noti alla storia. Della loro baldanza al tempo di Costantino abbiamo la testimonianza di Zosimo, che scrive: "Quando i Taifali, popolo di origine scitica, lo attaccarono con cinquecento cavalieri, non solo non oppose loro resistenza, ma dopo avere perso la maggior parte dei suoi uomini e avere visto che i nemici arrivavano a far bottino fino al suo accampamento preferì salvarsi con la fuga". E' difficile dire se i suddetti generali andassero verso la Scizia per la spedizione militare e l'agiografo li dirottasse in Frigia per spiegare il loro rapporto con S. Nicola, oppure si recassero effettivamente in Frigia contro truppe ausiliarie di Taifali. Secondo l'agiografo comunque Nepoziano, Urso ed Erpilio fecero conoscenza con S. Nicola nel porto di Andriake.

Disordini provocati da soldatesche non erano tanto rari. Uno di questi raggiunse dimensioni più notevoli, al punto da coinvolgere la città di Myra. La scintilla era scoppiata nel mercato di Placoma, ad Andriake, dove, come si è detto, si trovavano i tre ufficiali di Costantino. Di essi probabilmente solo Nepoziano era generale, mentre gli altri due dovevano essere ufficiali ai suoi ordini. Per cercare di riportare la calma sia a Myra che ad Andriake, Nicola si mise in viaggio e raggiunse il porto, ove fu oggetto di atti di omaggio, anche da parte degli ufficiali, che forse avevano sentito parlare di Lui. Essi lo informarono degli scopi della loro presenza a Mira e gli assicurarono che avrebbero fatto tornare la calma. Quando tutto sembrava rientrato nell'ordine e Nicola aveva appena invitato gli ufficiali alla sua residenza di Mira, ecco che giunsero alcuni messi dalla città con una triste notizia:

Alcuni, giunti dalla città, si gettarono ai piedi di questo Santo e gli dissero: "Signore, se tu venissi in città, non ci sarebbero tre morti senza causa. Infatti il governatore, avendo subìto un insulto, ha ordinato di passare tre uomini a fil di spada. Tutta la città è rimasta profondamente addolorata, anche perché tu non eri presente". Quando sentì questi fatti, il santo vescovo si addolorò. E chiamati subito presso di sé i generali, si affrettò insieme a loro verso la città

Quando Nicola giunse a Mira la città era ancora sotto l'impressione dei tumulti ed elettrizzata dalla notizia della condanna a morte di tre cittadini, che tutti sapevano vittime di intrighi. Perciò non fu facile per Nicola venire a sapere dove si trovassero i soldati e i condannati.

Giunto nel luogo chiamato Leone, chiese ai presenti se coloro contro cui era stata pronunciata sentenza di morte fossero ancora in vita. Gli fu risposto che quelli erano ancora vivi e si trovavano nella piazza presso i cosiddetti dioscuri. Allora egli, dopo essersi recato alla chiesa dei santi Crescenzo e Dioscoride e dopo aver chiesto di nuovo, apprese che ora gli uomini stavano sul punto di uscire dalla porta (della città). Quando il santo giunse alla porta, quelli del quartiere gli dissero che i condannati erano andati a Berra. Questo infatti era il luogo dove si eseguivano le punizioni e le condanne a morte.

Il fatto che l'agiografo si soffermi qui su tanti dettagli e soprattutto su nomi ben precisi dà la misura e la conferma della storicità dell'episodio (essendo tali dati facilmente controllabili dagli uomini del suo tempo), come pure dell'impegno che Nicola mette nel cercare di aiutare gli innocenti, prima che sia troppo tardi.
Così, dopo essere accorso nei vari luoghi indicatigli, ed essendovi giunto quando i soldati e i condannati non c'erano più, ecco che venne a sapere che si trovavano già sul luogo del supplizio, a Berra, probabilmente poco fuori della città. Conscio ormai che il destino dei tre Miresi dipendeva solo da lui, nonostante l'età e la stanchezza si diresse a Berra.

Il santo accorse subito e trovò là molta folla e la guardia che teneva la spada in mano per uccidere quegli uomini e aspettava il suo arrivo. Dunque, quando questo sant'uomo giunse, vide i tre uomini che stavano per essere giustiziati con la testa avvolta nei sudari, e stavano già in ginocchio e tendevano il collo in attesa del colpo. Il santo perciò subito accorse e, dopo aver strappato la spada alla guardia, la gettò lontano. Poi sciolse gli uomini dalle catene e li condusse in città, dicendo: "Io sono pronto a morire al posto di questi innocenti". Nessuno del plotone ebbe il coraggio di opporglisi o di contraddirlo, ben conoscendo la sua religiosità e il suo giudizio imparziale. E avvenne effettivamente secondo la Scrittura: "Un giusto ha fiducia in sé stesso, come un leone".

Probabilmente Nicola fu annunciato da qualcuno che era giunto prima di lui, in quanto è detto che il carnefice "aspettava il suo arrivo".

Giunto al pretorio, il Santo ruppe le porte. Il governatore Eustazio, quando sentì dalla sua sentinella l'arrivo del santo, venne subito a rendergli omaggio. Ma quello lo allontanò da sé dicendogli ciò che si meritava, chiamandolo cioè ladro, sacrilego e sanguisuga, iniquo e nemico di Dio. E aggiunse: "Ed osi anche venire al mio cospetto, tu che non hai timor di Dio ed hai avuto l'intenzione di uccidere crudelmente degli innocenti! Poiché hai fatto tali e tante scelleratezze non avrò alcun riguardo per te. Agli ingiusti Dio riserba vie tortuose. Il piissimo imperatore conosce le tue colpe, sa come governi e come saccheggi questa provincia uccidendo uomini contro legge e senza processo per avidità e funesto guadagno".
Il governatore cadde in ginocchio e lo supplicò: "Non adirarti contro di me, signore e padre. Sappi che non sono io il colpevole, ma i primati della città Eudossio e Simonide, che si sono levati ad accusare questi uomini". Il vescovo replicò: "Non Eudossio e Simonide, ma Oro e Argento ti corruppero e ti fecero giungere a queste nefandezze". Era infatti risaputo che il governatore aveva preso duecento libbre d'oro, per uccidere malvagiamente questi uomini. Il santo uomo, pregato molto dagli ufficiali, perdonò l'errore al governatore e non lo punì per l'ingiustizia commessa contro i predetti tre uomini.

Con questo brano termina la prima parte del racconto, che più di ogni altro è rivelatore del carattere di Nicola: energico, caparbio, coraggioso e, quando la giustizia ha trionfato e il colpevole si pente, anche misericordioso. Non è alieno anche da un certo senso dell'umorismo se, persino nel momento di più aspro rimprovero fa il gioco di parole, sostituendo Simonide ed Eudossio (i corruttori) con Crisaffio e Argiro (nomi propri, derivati però da oro e argento).
 


 

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