DIOCESI DI CASERTA Parrocchia Santa Maria degli Angeli
81020 San Nicola la Strada (Caserta)

Chiesa Santa Maria degli Angeli -San Nicola la Strada -

Don Pasquale Lunato - Parroco Chiesa Santa Maria degli Angeli -

San Nicola di Bari  - Patrono di San Nicola la Strada -

Chiesa Santa MAria degli Angeli

La Diocesi

di Caserta

 

Superficie:

185 km2

 

Seminar. minori:

5

Abitanti:

200.000

 

Seminar. teologi:

9

Parrocchie:

64

 

Lettori:

10

Sacerdoti:

70

 

Accoliti:

24

Diaconi:

24

 

Min.Straord.Com.:

41

Religiosi:

33

 

 

 

Religiose:

60

 

 

 

 

   
 
   

Breve Storia della Diocesi di Caserta

a cura del professor Giuseppe De Nitto

 

Le origini

Le fonti storiche assegnano al 1113 l’ano di fondazione della Diocesi di Caserta, allorchè il vescovo metropolita di Capua, Senne[te], emanò la Bolla di concessione perpetua di 133 chiese del territorio casertano al vescovo suffraganeo Rainulfo (1100?-1129).

In realtà, l’atto di Senne è una convalida formale di una prassi già consolidata nel tempo e segna un significativo riconoscimento dell’accresciuta importanza del territorio casertano e della amturità della chiesa locale.

Il borgo longobardo di Casa-hirta, di cui per primo ci narra Erchemperto, per la posizione arroccata sulla sommità del colle donde si domina tutta la vallata, offriva un asilo sicuro alla popolazione contro le scorrerie dei barbari prima e dei saraceni poi. Qui, infatti, essa s’era rifugiata dopo quella serie di devastazioni causate dalle lotte fratricide dei conti di Capua non meno che dalle incursioni barbariche, che sconvolsero il territorio di Galatia negli anni 841-43 e 861, fino alla completa distruzione dell’antica città (880). Certamente anche il vescovo aveva dovuto seguire il suo popolo ed aveva spostato la sua sede dalla distrutta Galatia alla nascente Caserta, che già doveva avere una certa consistenza demografica, mura fortificate ed un castello con molte torri quadrate.

La continuità della chiesa galatina e casertana è attestata in vari luoghi, tra cui emerge l’espressione del vescovo Giovanni I (1137-64), che in un atto ufficiale usa l’espressione “Casertana seu Galatina ecclesia”.

La storia di quest’ultima, però, è estremamente rarefatta e si perde nella leggenda. Così, dopo d’aver ricordato che per queste contrade è passato l’apostolo Pietro nel suo viaggio verso Roma, la tradizione vuole che il primo vescovo sia stato un Sant’Augusto, che faceva parte del gruppo dei sacerdoti perseguitati da Genserico, pervenuti alle coste tirreniche dall’Africa su una barca senza remi. Gli altri erano: Prisco (che fu vescovo di Capua), Castrense (vescovo Volturnense), Tammaro, Rosio, Eraclio, Secondino, Adiutore, Elpidio (vescovo di Atella), Canione e Vindonio. Augusto avrebbe tenuto la cattedra episcopale dal 439 al 477. Dei lunghi secoli che seguirono, durante tutta la dominazione longobarda, non si hanno che rarissime notizie legate a pochi nomi. Sul cadere dell’XI secolo, in analogia con Sant’Angelo in Formis, sorgeva ai piedi del monte Tifata dove era Caserta, l’abbazia di San Pietro ad Montes, secondo gli schemi cassinesi.

All’inizio del XII secolo il rigoglio della vita doveva esser tale da indurre il vescovo Senne ad emanare la citata bolla, che ben si inquadra nella politica dei nuovi dominatori Normanni di intensificare le diocesi parallelamente alla creazione della struttura feudale, per il miglior controllo del territorio.

Dalla bolla e dai successivi documenti del 1174 e del 1208, si evincono i confini geografici della diocesi, che erano delimitati a nord dal Volturno, a sud dal Clanio e dal reticolo di rigagnoli denominato poi Regi Lagni, a ovest dal monte Cupo e ad est dal torrente Biferchia, dal rio del Colle Cerqua Cupa e dal monte Longano.

La nuova dignità di diocesi autonoma è subito consolidata con la fondazione di una nuova chiesa cattedrale monumentale, dedicata a San Michele Arcangelo, sorta su quella più antica. Lo stesso Rainulfo ne pone le fondamenta nel medesimo anno 1113, chiamando a progettarla maestranze di grande valore.

La costruzione deve essere in gran parte finita nel 1153 allorché la chiesa viene consacrata dal vescovo Giovanni I (1137-64). Successivamente viene completata la facciata ma bisogna attendere il secolo successivo perché fosse aggiunto il campanile. Crescendo, la curia vescovile ha la sua scuola di letteratura per chierici e laici, secondo le disposizioni emanate da Alessandro III nel Concilio Lateranense III (1179), per combattere le eresie.

La prima metà del XIII secolo è dominata, possiamo dire, interamente dalla figura di Federico II e Caserta è un territorio a lui prediletto. Il giovane Riccardo, figlio del conte Tommaso e di Siffridina, viene educato alla corte dell’imperatore e sposa una delle sue figlie naturali, Violante. Il castello si arricchisce della superba torre cilindrica che è una delle più grandi d’Europa. Alla cattedrale, come s’è detto, viene aggiunto il campanile, notevole esempio di architettura romanica con influssi arabo siculi, completato nel 1234, circa mezzo secolo prima di quelli di Amalfi e di Gaeta. Viene ampliato il palazzo vescovile e delimitata la piazza rettangolare antistante il duomo. È vescovo in quegli anni Andrea de Capua (1221-40), studioso di diritto, stimato dallo stesso imperatore.

La disfatta degli Svevi e l’arrivo degli angioini sono vissuti inizialmente in modo drammatico, per l’antica fedeltà all’imperatore. Il conte Riccardo è imprigionato e privato dei beni; la contessa madre, Siffridina, nonostante l’età, è rinchiusa in una torre del castello di Trani, dove muore di stenti.

Alla fine del secolo spicca la figura del vescovo Azzone (1287-1310), originario di Parma, definito dall’Ughelli “optimus et proficuus”. Azzone deve sostenere lunghe controversie con i nuovi signori di Caserta – i Braherio e i Caetani – finché non gli sono riconosciuti, nel 1304, i diritti sui beni della chiesa, le decime e quant’altro gli competeva. Azzone è considerato il primo storico casertano perché ha scritto una “Chronica episcoporum Casertae”, purtroppo perduta. Sulla lastra tombale, oggi murata nella parete del transetto, è raffigurato ai piedi del vescovo il profilo della civitas casertana, che ci mostra una città cinta di mura con molti edifici e campanili.

Il Trecento è caratterizzato da vari conflitti. La Chiesa è avvilita dalla cosiddetta Cattività avignonese i cui influssi negativi si sentono anche nelle province più lontane. Il senso di disordine si manifesta nelle elezioni di vescovi talvolta inficiate da irregolarità e, pertanto, revocate. I vescovi che si alternano a Caserta incontrano spesso gravi difficoltà nel godimento dei beni della chiesa.

Nel 1317 Caserta viene data in feudo a Diego de La Rath (italianizzato in Della Ratta), di origine catalana, giunto al seguito di Violante d’Aragona, sposa di Roberto d’Angiò. Almeno nel primo periodo i rapporti tra il vescovo ed il conte sono molto difficili, finché non giungono a componimento a metà secolo, con Francesco Della Ratta ed il vescovo Martono (1351-71). Si segna allora una fase di notevole sviluppo della comunità casertana sia con l’ampliamento e la sistemazione urbanistica della città, sia con l’elevazione di nuove chiese e l’abbellimento della cattedrale, che doveva presentarsi ampiamente coperta di affreschi. Con ogni probabilità vi hanno lavorato gli stessi artisti che decoravano gli interni di Santa Chiara in Napoli. Nel transetto della Cattedrale vengono eretti due sepolcri monumentali, nello stile di Tino da Camaino: nel braccio destro quello del conte Francesco Della Ratta; nel braccio sinistro quello del vescovo Giacomo Martono. Tra le istituzioni più significative è da ricordare quella dell’Annunziata, con annesso Ospedale.

Nella seconda metà del secolo e per tutta la prima metà di quello successivo le vicende interne del regno angioino, tormentato dalle lotte dinastiche, aggravate anche dai difficili temperamenti delle regine, non possono non riflettersi sulle province ed in particolare su Caserta, porta di Napoli. Il suo territorio è teatro degli scontri delle compagnie di ventura; i vescovi casertani debbono svolgere spesso funzioni di ambasciatori e di mediatori, mentre i conti si barcamenano tra le varie fazioni, tentando di strappare i maggiori vantaggi possibili. Al prevalere di Alfonso d’Aragona, il conte di Caserta si trova al suo fianco e riceve onori ed incarichi.

Tutta la seconda metà del XV secolo segna un periodo di pace proficua per il regno di Napoli, dove, prima con Alfonso il Magnanimo (1442-58) e poi con Ferrante (1458-94) viene dato notevole impulso all’arte e alla cultura e si accrescono le attività economiche e commerciali. A Caserta, quasi in contraddizione, si assiste al lento depauperarsi della città arroccata sul monte per il migrare della popolazione verso la pianura, ossia verso le fertili campagne coltivate e verso più agevoli vie di comunicazione. Già il conte usava spesso soggiornare nel suo palazzo nel villaggio Torre, nella cui ampia piazza antistante si svolgeva il mercato dal 1407. I vescovi cominciano anch’essi a preferire la residenza di Falciano, dove posseggono il palazzo della Cavallerizza, donato dal re Ferrante al vescovo Giovanni V (1476-93) de Leoni Galluccio, suo medico personale.

La scomparsa di Ferrante (gennaio 1494), personalità quanto mai vigorosa ed esemplare di sovrano, e la contemporanea discesa di Carlo VIII danno nuovo fiato ai mai sopiti dissidi dei baroni, i quali, profittando dell’estrema debolezza della corona, per il repentino susseguirsi di ben tre sovrani in pochi anni, si danno da fare, spinti dall’ambizione di conquistare maggiore prestigio ed autonomia individuale, col risultato, invece, di favorire la conquista delle loro terre da parte di una nuova potenza straniera: e questa è stata la Spagna.

Il Cinquecento, ossia il secolo del Rinascimento per l’Europa intera, si apre, così, per le le province meridionali con la perdita dell’indipendenza e la riduzione a provincia spagnola. La condizione di soggezione e di sfruttamento segnerà definitivamente l’arretramento culturale, civile ed economico dell’Italia meridionale da cui non riuscirà mai più a sollevarsi.

In questo secolo la Chiesa attraversa la più difficile crisi che abbia mai sofferto, a causa del diffondersi delle idee riformiste di Lutero. A Napoli trovano un certo seguito, soprattutto tra gli intellettuali, le predicazioni di Bernardo Ochino e di Juan de Valdès. Del casale di Piedimonte di Casolla, dove era fiorita un giorno l’abbazia di San Pietro ad Montes, ormai quasi del tutto abbandonata, è Gian Francesco Alois, poeta ed amico di poeti e letterati, il quale frequenta a Napoli il salotto di Scipione Capece, dove primeggia il Valdès. Accusato di eresia insieme all’aversano Gianbernardino Gargano, accetta di abiurare ma, ripetuta l’accusa dieci anni dopo, viene processato e condannato come eretico (1565). In questo periodo la diocesi di Caserta è retta da una serie di vescovi commendatari che, in pratica, non vi risiedono quasi mai. Sono, questi, gli anni in cui si svolge il Concilio di Trento (1545-63) che getta le basi della nuova chiesa cattolica. Alle ultime sessioni del Concilio partecipa anche il vescovo di Caserta, Agapito Bellomo (1554-94), che sottoscrive anche gli atti. Attuando le prescrizioni tridentine il vescovo Bellomo è tra i primi ad istituire il Seminario, tra il 1567 ed il ’73, che avrà una vita umile ma regolare senza mai soffrire sospensioni o inattività. Sempre secondo le prescrizioni conciliari Bellomo celebra il primo Sinodo diocesano, i cui atti, tuttavia, non ci sono pervenuti. Durante il suo episcopato sorgono a Caserta vari conventi, soprattutto per le donazioni dei principi Acquaviva: San Francesco di Paola a Casanova (oggi Casagiove); il convento dei Cappuccini sul colle Angiolillo, il ritiro dei Conventuali con la chiesa di Santa Caterina, poi rifatta e dedicata a Sant’Antonio; il convento dei frati minori con la chiesa di San Giacomo, poi di Santa Lucia, sul colle di Centurano. Per la sua opera di educazione religiosa, si diffondono le due devozioni centrali della nostra religione: il culto dell’Eucarestia e la devozione del Santo Rosario.

Il problema della formazione dei sacerdoti, diffusamente sentito in tutte le diocesi, è affrontato con molto impegno anche dai vescovi casertani. Il vescovo Benedetto Mandina (1594-1604), uomo di vasta dottrina, membro del collegio dell’Inquisizione, lamenta un numero enorme di religiosi, specialmente degli ordini minori, che spesso chiedono la semplice tonsura solo per ricavarne i benefici ad essa collegati. Contro questa prassi e, comunque, in genere contro i cattivi costumi del clero interviene con molto rigore. Dalla sua relazione ad limina del 1594 si evince che la popolazione della diocesi a quel tempo ammonta a circa 20.000 persone ma che la città è quasi del tutto spopolata, ragion per cui il vescovo deve risiedere in pianura per stare più vicino al suo popolo.

Periodo di Falciano

Con il successore di Mandina, Diodato Gentile (1604-16), si attua il trasferimento anche formale della residenza dei vescovi a Falciano, mentre restano nella città di Caserta, sul monte, il Seminario ed il Capitolo, accanto alla Cattedrale. Come già si è osservato, la medesima scelta era stata fatta anche dai Principi. Certamente questa dicotomia ha nuociuto non poco alla comunità religiosa, determinando spesso dolorose incomprensioni tra il vescovo ed i canonici della cattedrale, che non può non aver avuto conseguenze su tutta la comunità.

Pur in un generale miglioramento delle condizioni di vita della comunità, nel corso del XVII secolo si registra anche da noi un lento decadimento di molte istituzioni religiose, tanto che alcuni conventi, tra cui quello di Sant’Agostino, vengono soppressi in base ai decreti pontifici. Né è da trascurare l’effetto devastante della terribile peste del 1656, che ha decimato la popolazione soprattutto nella zona d Limatola.

Bisogna attendere la fine del secolo per avere, con monsignor Schinosi (1696-1734), dei cambiamenti significativi nella diocesi, sulla scia della svolta attuata nella Chiesa dal pontefice Innocenzo XI ed in analogia con l’opera di altri grandi pastori, come i cardinali Innico Caracciolo a Napoli e Vincenzo Maria Orsini a Benevento. Individuando nella estrema povertà la causa maggiore del degrado sia del clero che della popolazione, spesso dedita a pratiche feticistiche al limite dell’ortodossia, lo Schinosi adotta una serie di iniziative per apportare il maggior sollievo possibile e correggere i difetti notati. Per diffondere una più corretta istruzione religiosa tra il popolo avvia la consuetudine di chiamare dei sacerdoti missionari. Per la maggiore cura della formazione dei sacerdoti, invece, non riuscendo ad ottenere il trasferimento del Seminario, istituisce presso il suo palazzo di Falciano il Collegio di San Gennaro, detto anche Seminario Maggiore, dove chiama ad insegnare illustri maestri. Al collegio affianca una ricca biblioteca che, sull’esempio della Brancacciana di Napoli, pensa di aprire anche ai laici. Essa costituisce ancor oggi il nucleo più antico e pregiato dell’attuale Biblioteca del Seminario Vescovile.

Monsignor Schinosi rivitalizza anche l’antico convento di Sant’Agostino, affidandolo alle monache domenicane che vi entrano nel 1713.

Con il Settecento il Regno di Napoli riacquista indipendenza e dignità di nazione in seguito all’avvento al trono di Carlo di Borbone (1734), figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese.

Caserta balza al centro degli interessi del sovrano, che decide di costruire nel suo territorio e precisamente nel villaggio Torre, nel luogo della residenza dei Caetani, la sua nuova Reggia, affidandone l’incarico a Luigi Vanvitelli. Alla posa della prima pietra. Il 20 gennaio 1752 (giorno genetliaco del re ma anche festività di San Sebastiano, patrono del villaggio) intervene anche il vescovo di Caserta, monsignor Falangola (1747-61).

Con l’apertura dell’immenso cantiere, la piccola borgata cresce enormemente per l’arrivo delle numerose maestranze e, successivamente, per il convenirvi di una moltitudine di persone, dignitari, funzionari, militari e gli stessi nobili, in vario modo legati alla vita della Corte. Molte fabbriche sorgono ed altre vengono ristrutturate con l’intervento, talvolta, dello stesso Vanvitelli. E proprio lui ci fa sapere di aver costruito il palazzo De Gregorio di Squillace, di aver risistemato il Palazzo vecchio (ossia Acquaviva), di aver rifatto quasi dalle fondamenta la chiesa di Sant’Agostino e di aver preparato un progetto per la chiesa parrocchiale ed altre cose.

Durante gli anni della costruzione si verifica la tremenda carestia del 1764. Il vescovo Albertini (1761-68), amico di Sant’Alfonso de’ Liguori, pone a disposizione degli indigenti ogni suo avere, impone un prezzo calmierato al grano ed acquista egli stesso delle derrate da distribuire alla popolazione.

Un altro evento triste per la storia della diocesi è l’incendio della chiesa parrocchiale di San Sebastiano, accaduto nel 1783. Lo stesso re Ferdinando IV, accogliendo sollecitamente le richieste del presule casertano, dà disposizioni per agevolare la sistemazione delle funzioni di parrocchia presso la vicina chiesa dell’Annunziata ed il trasferimento dei monaci carmelitani da questa al convento di Sant’Antonio.

Verso la fine del secolo (1789) nasce la colonia di San Leucio, voluta fortemente da Ferdinando IV, il quale ne detta la legislazione. La straordinaria iniziativa è esaltata da tutti ancor oggi come la concretizzazione del sogno utopico della assoluta uguaglianza, comunità di beni e autogoverno.

Ruolo essenziale nella vita della colonia riveste il Cappellano, che non solo ha compiti di guida spirituale ma anche di educatore e di amministratore.

Gli eventi della Repubblica Napoletana del 1799 vengono vissuti con drammatica sofferenza e contraddizione nelle nostre contrade. Da un lato giovani ufficiali come Nicola Ricciardi, Eleuterio Ruggiero e Pasquale Battistessa immolano le loro vite per gli ideali repubblicani e nella stessa San Leucio viene innalzato “l’albero della libertà”; da un altro la moltitudine di lavoranti nel complesso della Reggia e nelle varie tenute reali, gli abitanti di una borgata che, grazie al Re, stava assurgendo a capitale del Regno, emulando e forse superando persino Versailles, rimangono fedeli al sovrano che sono abituati a vedere tra loro con frequenza e semplicità. Forse anche memore di ciò il re, tornato sul trono, dà il nome di Caserta ed il titolo di città al villaggio Torre, sancendo, così, il definitivo declino della città sul monte. Da questo momento si fa molto più urgente e legittimo il desiderio dei vescovi di trasferire nella nuova città anche la sede vescovile con la chiesa cattedrale ed il seminario.

Periodo di Caserta nuova

Restaurata la dinastia borbonica, riprende il programma di ampliamento e di adeguamento della sede vescovile. Negli anni venti inizia la costruzione della nuova chiesa cattedrale, nel luogo dell’Annunziata, con progetto di Giovanni Patturelli poi completato dal Bianchi. La richiesta di traslazione della sede vescovile verrà accolta, però, soltanto nel 1841 e sarà solennemente ufficializzata il 1° febbraio del 1842 ad opera del vescovo Domenico Narni Mancinelli (1832-48). Durante i primi anni del regno di Ferdinando II si diffonde a Caserta la devozione per Sant’Anna, sviluppatasi soprattutto dopo la peste del 1836.

Nel Natale del 1849 è a Caserta, esule da Roma, il pontefice Pio IX, che celebra la messa nella Cappella Palatina.

La città si avvia ora a prendere la fisionomia che le compete come sede prediletta della famiglia reale. Oltre alla massiccia presenza dei vari corpi dell’esercito, vi si trasferiscono tutti gli uffici amministrativi della provincia. Si aprono nuove strade larghe e rettilinee. Sorgono molti palazzi signorili con giardini retrostanti. La tenuta del vescovo in Falciano è richiesta dal re Ferdinando II che vuole utilizzarla come Campo di Marte per le esercitazioni militari. Soprattutto dopo il 1848, Ferdinando II si trattiene sempre di più a Caserta e cerca di proteggersi rinforzando enormemente l’esercito. Il vescovo Razzolino (1849-55) è costretto a spostarsi in un palazzo privato in via San Carlo. Il suo successore, monsignor De’ Rossi (1856-93) raggiunge un accordo con il Re. Che propone in cambio un’area lungo il corso Ferdinandeo, costruendovi una nuova chiesa cattedrale, il palazzo vescovile ed il seminario. Nel 1859 sono poste le fondamenta per la chiesa e per il palazzo vescovile ma solo quest’ultimo si trova ad essere completato al sopraggiungere di Garibaldi e, con lui, della fine del regno borbonico.

Si arresta bruscamente il sogno di Caserta capitale e si arresta il progetto della cittadella religiosa. Il vescovo Enrico De’ Rossi è costretto a rifugiarsi per un po’ a Napoli; molti conventi vengono soppressi, tra cui anche il ritiro dei Passionisti che Ferdinando II aveva voluto nell’ambito stesso del Parco reale. In questi anni il seminario viene riunito nell’antico convento dei carmelitani (l’attuale sede).

Nell’ultimo quarto del secolo mentre esplodono vistosamente i problemi sociali che saranno poi formulati nella cosiddetta questione meridionale, anche la chiesa casertana si sforza di comporsi in un organismo nuovo ed adeguato alle mutate esigenze. Il vescovo Gennaro Cosenza (1893-1913), uomo di grande dottrina, pubblica molti scritti edificanti, fa costruire varie chiese a Caserta, a Maddaloni e in altri centri, amplia il Seminario. Durante il suo episcopato viene edificato l’Istituto Salesiano con annessa chiesa intitolata alla Vergine Immacolata (1896) per volontà di M.lle Lasserre che a sua volta aveva ricevuto un legato dalla principessa Maria Immacolata di Borbone, figlia di Ferdinando II, nata a Caserta il 25 gennaio 1855.

L’inizio del secolo che si è appena concluso vede Caserta comporsi in una “cauta-brillante immagine di città di apparati istituzionali e al tempo stesso di varia attività socio economica”, per dirla col Pisanti. La preponderante presenza militare rende quanto mai viva la partecipazione ai problemi delle varie guerre, con la continua preparazione dell’esercito, le partenze per il fronte, le attese dei reduci, i loro racconti.

Nel 1927 Caserta è privata della provincia per dare spazio e lustro a Napoli, destinata, nelle mene del fascismo, a diventare la “regina del Mediterraneo”. È vescovo in quegli anni monsignor Gabriele Moriondo (1921-45), che, pur ricevendo inviti per altri prestigiosi incarichi, non lascia la sa diocesi, ne sottolinea e valorizza la memoria storica, fondando il “Bollettino” diocesano nel quale, tra l’altro, il dotto sacerdote Tommaso Laudando pubblica la storia dei vescovi casertani fino a Benedetto Mandina. Il vescovo Moriondo celebra alcuni congressi eucaristici e, nel 1929, il primo Congresso missionario di Terra di Lavoro, a cui partecipa anche monsignor Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII. In questi anni si stabiliscono a Caserta le suore del Patrocinio San Giuseppe, utilizzando il vecchio Sant’Agostino, che viene da loro trasformato in un istituto scolastico comprendente tutti gli ordini di istruzione, da quello primario alla scuola normale (poi magistrale). Le suore hanno lasciato il Sant’Agostino e Caserta nel 1999 nel silenzio generale.

Al Moriondo succede monsignor Bartolomeo Mangino (1946-65), che si trova ad affrontare i problemi della ricostruzione post-bellica. Compresa la impossibilità di completare il progetto della costruzione della cittadella religiosa, il vescovo abbandona il sontuoso palazzo al corso Trieste per riunirsi al suo seminario, accanto alla Cattedrale. Il palazzo sarà in seguito alienato dal suo successore. Molta attenzione Mangino pone nella cura dei giovani, incoraggiando l’Azione Cattolica in tutte le sue forme associative. Lascia molti scritti che rivelano un’ampia cultura letteraria, oltre che teologica.

Dal 1965 al 1987 la diocesi di Caserta è retta dall’arcivescovo Vito Roberti e, dopo una breve permanenza di monsignor Franco Cuccarese (1987-90), assume la cattedra episcopale monsignor Raffaele Nogaro. Uno dei suoi primi impegni è la realizzazione di un grande convegno nella ricorrenza del 150° anniversario della traslazione della cattedrale dalla vecchia alla nuova Caserta, quindi la celebrazione del XII sinodo diocesano, conclusosi nel 1999. Ma l’evento più straordinario di questi anni è, indubbiamente, la visita del Papa Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1992. L’evento è immortalato nelle superbe porte di bronzo della cattedrale, scolpite per l’occasione dal sacerdote Battista Marello, che sono insieme una pagina di storia della nostra diocesi ed un auspicio per un futuro lungimirante.

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